Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni

Una piattaforma di proposte concrete per rimuovere gli ostacoli ai percorsi personali
e al potenziale collettivo delle nuove generazioni.

Le nuove generazioni sono chiamate ogni giorno a reggere il peso del presente, ma raramente ricevono il potere necessario per cambiarlo. Eppure, proprio le nuove generazioni esprimono una forte consapevolezza delle ingiustizie sociali e ambientali e della necessità di un cambiamento.

Ci siamo! Potere e libertà per le nuove generazioni, è nato da un confronto di nove mesi tra giovani di molte associazioni, ha trasformato queste consapevolezze in nove proposte concrete relative a tutte le dimensioni della vita, dall’istruzione alla casa, dal lavoro agli spazi pubblici. Con una strategia comune:

Rimuovere gli ostacoli che impediscono alle nuove generazioni di realizzare i personali percorsi di vita e di esprimere il proprio potenziale collettivo di trasformazione culturale, sociale ed economica del paese.

Non è un appello, né un programma: è un insieme di proposte da cui partire per attivare e dare potere. Perché senza potere e libertà per le nuove generazioni, l’intera democrazia non si rigenera. Non è una questione particolare, ma una questione che interessa tutte le persone di ogni generazione. 

Le proposte nascono per essere messe alla prova: fino alla fine del 2026, le organizzazioni sottoscrittrici organizzeranno momenti di confronto sui  territori. L’obiettivo è raggiungere i giovani e le giovani, anche lontani e lontane dalla partecipazione, offrendo ispirazioni, ragioni, proposte concrete con cui convincersi che ciò a cui aspirano può succedere davvero grazie ad una azione collettiva.

Le organizzazioni che promuovono la piattaforma

Le organizzazioni che promuovono la piattaforma

La bussola - Il gruppo esecutivo

Antonio

Antonio Liguori

ActionAid

Legambiente

Antonio Di Gisi

Legambiente

Alessia Acito

Alessia Acito

Cooperativa Dedalus

Cecilia Dellapenna

Cecilia Della Penna

Visionary

emanuele genevese

Emanuele Genovese

Attivista per la giustizia climatica
(osservatore esterno)

Giovanna Urciuolo

Giovanna Urciuolo

Cooperativa Dedalus

gea scancarello

Gea Scancarello

Forum Disuguaglianze
e Diversità

genna veneziano labanca

Genna Veneziano Labanca

Fantapolitica

gianmarco antifora

Gianmarco Antifora

Fantapolitica

Giulia Cutello

Giulia Cutello

Forum Disuguaglianze
e Diversità

Marco Trulli

Arci

Carmelo Traina

Carmelo Traina

Questa è la mia terra

Venera Pavone

Venera Pavone

Presidio Partecipativo
del Patto di Fiume Simeto

giulia giannini

Giulia Giannini

YOUngCaritas

Crescenti disuguaglianze, precarietà, asimmetrie di genere, indebolimento dei legami sociali e dei luoghi di partecipazione. E ancora: crisi climatica, dinamica autoritaria, guerre. È un contesto che pesa in modo particolare sulle persone giovani, soprattutto su quelle che non hanno condizioni familiari e di classe sociale che le aiutino a scavalcarli. Insomma, la crescita dell’ingiustizia toglie a chi è giovane opportunità personali di vivere una buona vita. Ma c’è di più.

Oggi, proprio quando nel disordine del presente ne avremmo particolare bisogno, a essere frenata è anche la forza collettiva delle nuove generazioni, la loro capacità di concorrere alla necessaria trasformazione sociale. Anche se sono molteplici le comunità giovanili, fisiche e digitali, che si attivano, la maggior parte delle persone giovani si ritrae da un impegno di partecipazione o di voto per una diffusa sfiducia nelle “organizzazioni”. E quanti e quante si attivano non riescono ad avere effetti di sistema.

Tre nodi critici raccolgono i principali ostacoli pesando sia sul percorso di vita di ogni giovane, sia sull’impegno collettivo di intere generazioni.

  • Autonomia materiale in stallo: patrimonio familiare decisivo per le scelte, salari bassi, lavoro precario, affitti proibitivi; genitori e anziani della famiglia in aumento; carichi di cura sostenuti individualmente, soprattutto dalle donne.
  • Voce non riconosciuta: milioni di giovani che studiano, lavorano, partecipano senza cittadinanza; corpi intermedi impermeabili; dissenso scoraggiato; sensibilità ambientale non corrisposta dalle altre generazioni; una pubblica amministrazione che non offre alle nuove generazioni l’opportunità e la sfida di una “missione pubblica”.
  • Sistema formativo‑relazionale eroso: scuola definanziata e trascurata; università costosa e discriminante; fragilità psicologica non affrontata; sensazione di una vita che “mangia il tempo”; spazi pubblici di incontro rarefatti e ignorati nelle “rigenerazioni urbane” o in altre politiche territoriali.

Si aggiungono: il crollo del peso quantitativo delle persone giovani sulla popolazione, nonostante l’importante contributo delle immigrazioni; il senso comune rinunciatario e la sfiducia nelle istituzioni, frutto di oltre trenta anni di neoliberismo; l’impermeabilità di partiti e anche di associazioni di cittadinanza e del lavoro nel lasciarsi contaminare e scuotere da chi è più giovane; il crescere di misure securitarie che intimidiscono il dissenso.

Da questa lettura della realtà nascono le nove proposte. Esse colgono nove terreni di contesa, nove dimensioni della vita delle nuove generazioni nelle quali oggi si restringono, insieme, la libertà di scegliere la propria traiettoria e il potere di incidere sulla realtà: l’istruzione scolastica, la nuova cittadinanza, il patrimonio familiare di partenza, l’università, gli spazi pubblici di incontro, il lavoro, compreso quello nella pubblica amministrazione, la cura, la casa.  

Le proposte nascono per essere messe alla prova, per verificare la loro capacità di parlare davvero alle nuove generazioni, soprattutto a quelle più distanti dalla partecipazione e più esposte alla sfiducia e a tentazioni autoritarie. Le organizzazioni sottoscrittrici le porteranno al confronto con giovani nei territori. Il formato sarà adattato ai contesti. Potrà riguardare tutte le nove proposte o solo alcune. L’incontro sarà sempre costruito in modo da promuovere fiducia in quelle proposte, ma anche da metterle a repentaglio e di incentivare la formulazione di idee diverse che rispondano ad aspirazioni e bisogni di chi partecipa.

Nove proposte concrete da cui partire

Alla scuola pubblica ogni giovane chiede di essere strumento per realizzare la propria persona acquisendo, indipendentemente dal contesto di nascita, competenze, senso critico e la capacità di far sentire la propria voce nel processo formativo; è anche una grande

palestra di costruzione del senso di sé e dell’essere parte di una collettività. Anni di disinvestimento nella scuola pubblica e di mortificazione del corpo insegnante, anche attraverso la precarietà che ne investe una parte significativa, hanno indebolito questa funzione fondamentale, riaprendo disuguaglianze profonde.

È urgente da tempo un intervento che risani questa situazione. Ma intanto possiamo trarre insegnamento da una moltitudine di esperienze in cui scuola e organizzazioni del territorio hanno realizzato patti educativi di comunità perseguendo importanti obiettivi: contrasto alle forme di povertà e disuguaglianza educativa, con una specifica attenzione nei confronti degli studenti e delle studentesse più fragili; innovazione didattica nella scuola; rigenerazione di spazi, servizi, territori al di fuori della scuola; risposta a situazioni emergenziali impreviste o a singole situazioni.

I patti possono consentire alla scuola di condividere le responsabilità educativa e di sviluppo dei giovani, senza vedersi caricare di compiti che sta all’intera società svolgere. E possono consentire a organizzazioni diverse della società di offrire il loro contributo di creatività, e a studentesse e studenti l’opportunità di protagonismo, facendo emergere il loro punto di vista nelle diverse fasi del processo educativo, con l’utilizzo di tutti gli strumenti che l’autonomia scolastica consente.

La proposta è allora semplice. Non serve inventare qualcosa di nuovo, ma è necessario rafforzare i patti educativi territoriali facendone una soluzione diffusa di sistema e monitorandone i risultati a livello territoriale e nazionale così da garantire che essi raggiungano i loro obiettivi e servano davvero a restituire centralità alla scuola pubblica e a rimuovere ostacoli per ragazze e ragazzi.

Centinaia di migliaia di giovani con background migratorio concorrono alla vita del Paese e una grande parte di loro vive con un forte attaccamento l’appartenenza a una democrazia, ma a una grande parte è negato il diritto di cittadinanza. Un fatto inammissibile e autolesivo per l’Italia. Un primo passo è evidente e urgente: è necessaria una riforma organica della cittadinanza per garantire alle persone che nascono e/o crescono in Italia, così come ai figli e alle figlie di genitori già naturalizzati italiani, di essere pienamente parte della comunità nazionale, con tutti i diritti associati.

La cittadinanza non è una concessione, ma uno strumento di eguaglianza, dignità e partecipazione democratica: è il diritto di essere visti. Così chi ha background migratorio potrà avere uguali opportunità, fin dall’infanzia.

Ma non basta. Per arrivarci e per dargli efficacia bisogna anche affrontare gli ostacoli culturali che queste e questi giovani vivono in molti contesti. La seconda parte della proposta, allora, immagina, sulla base di esperienze di successo già esistenti, azioni a livello locale tese al rovesciamento del senso comune. Si tratta di un intervento integrato che considera genere, territorio e coesione sociale, favorendo pari opportunità per tutti i giovani e le giovani e rendendo più efficace l’intera rete di politiche di inclusione.

Le opportunità a disposizione di un ragazzo o una ragazza al culmine dell’adolescenza, quando maturano le scelte di vita, sono certo influenzate dall’istruzione, ma conta assai anche la disponibilità di ricchezza, il patrimonio di partenza su cui possono fare affidamento. Averne consente di rifiutare condizioni di lavoro inique o inappropriate (alle proprie potenzialità), dà la libertà di proseguire la formazione e di farlo a propria misura, di realizzare un progetto imprenditoriale, di sperimentare la gestione del risparmio, di prendersi cura dell’ambiente e degli altri, di influenzare le pubbliche decisioni.

La crescente disuguaglianza di ricchezza che si registra nel nostro Paese divarica sempre più le opportunità delle giovani generazioni. Per tali ragioni, è sul tavolo da tempo e oggetto di confronto soprattutto nel mondo giovanile la proposta di una “eredità universale e incondizionata”: si tratta di 15 mila euro a favore di tutti i giovani e le giovani nati e nate in Italia – o qui residenti secondo alcuni requisiti – da ricevere al compimento dei 18 anni (oggi circa 590 mila persone), finanziata con una riforma in senso progressivo della tassazione su donazioni e eredità. Per la riuscita di tale misura è cruciale, dentro le scuole e nel territorio, che, negli anni che precedono il trasferimento dell’eredità universale, ragazze e ragazzi possano avvalersi di servizi di abilitazione e accompagnamento per maturare assieme decisioni informate, oculate e consapevoli. È la proposta su cui qui ci concentriamo.

Piuttosto che introdurre divieti e vincoli, questi servizi di accompagnamento preparerebbero con molto anticipo e in modo sia individuale che collettivo le decisioni sull’uso dell’eredità universale. Favorirebbero la riflessione personale e collettiva sui piani di vita. Offrirebbero un’occasione strutturata di confronto sulle aspirazioni delle e dei neo-diciottenni e adolescenti, raramente interpellati sui loro piani per il futuro. L’abilitazione e l’accompagnamento sono immaginati in un processo che parte nel primo anno di scuola media fino all’anno successivo al compimento dei 18 anni: è la costruzione progressiva di un “rito di uguaglianza”.

L’università italiana non rimuove le disuguaglianze, ma le riproduce: accesso limitato, forte influenza dell’origine sociale, diritto allo studio incompleto e barriere economiche riducono le opportunità di studiare. Il percorso nella ricerca è segnato da precarietà e scarse tutele, operando nei fatti una selezione di classe, genere e cultura/etnia di riferimento su chi accede alle carriere universitarie. Questo sistema limita libertà, partecipazione e innovazione, mentre cresce il ricorso a università for profit, che indeboliscono il ruolo pubblico e democratico dell’università.

La nostra proposta promuove un insieme composito di azioni affinché l’università possa dare sostegno ad aspirazioni e ai progetti basati sulla conoscenza come bene comune e sulla visione critica, oltre che sul sapere professionale; e affinché studentesse e studenti possano partecipare all’autogoverno democratico di una comunità universitaria.

Tre gli obiettivi: rimuovere gli ostacoli all’accesso; progettare un’università che alimenti e soddisfi le aspirazioni di studenti e studentesse a futuri di qualità, e che svolga un ruolo di promozione attiva di pace, giustizia sociale, ambientale e di genere; democratizzare l’autogoverno universitario. Per ottenere questi obiettivi, si immaginano misure concrete su altrettanti pilastri, che vanno dall’abolizione delle tasse universitarie al numero aperto; dalla valorizzazione di sistemi di orientamento a percorsi di accesso dedicati a persone vulnerabili; dalla valorizzazione, anche economica, di dottorati e ricerca, fino alla garanzia di autogoverno dell’università e a valutazioni molto rigide delle accademie for profit a cui può essere tolta la licenza. Per ciascun obiettivo sono necessarie misure concrete, accompagnate da risorse adeguate (investimento pubblico su università e ricerca almeno all’1,4% del PIL).

Una cosa viene chiesta all’unisono, nelle aree periferiche, come nelle campagne deindustrializzate o ancora industriali, nelle aree interne e in quelle più centrali, da una fascia di età che va dall’inizio dell’adolescenza ai 30 anni e passa: la disponibilità di spazi pubblici dove incontrarsi e in cui coltivare una propria voce e avere opportunità di sviluppo, confronto e supporto. E dove avere un peso nell’organizzazione e utilizzo dello spazio stesso.

Nasce qui la proposta di Case di futuro. Luoghi dove ragazze e ragazzi, lavoratrici e lavoratori, italiane e italiani per cittadinanza o per appartenenza di vita, possono trovare le attrezzature che altri spazi offrono a pagamento (connessioni, stampanti, sale), ma possono anche discutere e ricevere assistenza sui temi legati al lavoro precario, ai diritti di cittadinanza, all’espressività personale e artistica-culturale, alla crisi climatica, al diritto internazionale e al rifiuto della guerra. I giovani e le giovani non sono i beneficiari del progetto ma i suoi soggetti costituenti, concorrono a disegnarne l’uso.

La proposta si ispira alla ricchezza di esperienze civiche e associative già presenti nel Paese, dal privato sociale alla cittadinanza attiva, e include anche scambi ed esperienze di mobilità europea. Possono trovare uno spunto nelle Camere del Lavoro Precario (CLAP), che nascono dalla federazione di esperienze di lotta e auto-organizzazione in diversi territori di Roma, con l’obiettivo di aggregare figure lavorative altrimenti disperse e ricattabili. Un luogo condiviso funziona, dice anche questa esperienza, se è presidio e ha un forte radicamento con il territorio.

Accedere a un lavoro dignitoso, capace di offrire senso, sicurezza e autonomia e in cui realizzare una parte di sé è il traguardo di gran parte delle nuove generazioni. Un traguardo per loro assai più difficile da raggiungere che per la generazione dei propri genitori. Negli ultimi decenni il lavoro è infatti stato svilito in molte dimensioni: remunerazioni inadeguate, stage eterni e gratuiti, tirocini e forme contrattuali atipiche (cioè che non garantiscono), welfare familistico e disegnato attorno al lavoratore maschio a tempo indeterminato, qualità sorda alle competenze e alla partecipazione di chi lavora, profili di carriera sempre più incerti. Questo stato di cose colpisce tutte e tutti, anche generazioni non giovani, ma le donne, chi vive nel Mezzogiorno e chi proviene da famiglie disagiate paga il prezzo più alto.

La proposta punta rimuovere questi ostacoli con strumenti concreti: un salario minimo dignitoso, ancorato al costo reale della vita e alla contrattazione collettiva; contrasto ai contratti che mascherano rapporti subordinati o aggirano le tutele, grazie a regole più stringenti e a più ispettori che le facciano rispettare; una pensione di garanzia, che tuteli chi oggi lavora in modo discontinuo dal rischio di una vecchiaia povera. Misure specifiche che si inseriscono in una visione più ampia: politiche industriali per creare buoni lavori e un welfare che riconosca i giovani e le giovani come titolari di diritti propri.

Molte e molti giovani pensano che lavorare nella pubblica amministrazione (PA) sia quasi l’ “ultima spiaggia”, un “ripiego modesto ma sicuro”, non un’occasione per concorrere a trasformare la società, traendone soddisfazione. Ciò dipende, certo, dall’immagine di ciò che è “pubblico” seminata in questi anni, ma anche dal fatto che la PA che non si propone come luogo impaziente di raccogliere il patrimonio di competenze, visioni e attitudini delle nuove generazioni, capace di selezionare in modo sfidante e di accogliere e valorizzare nuove modalità di lavoro. È una perdita grave per centinaia di migliaia di giovani. Ed è una perdita grave per il Paese.

La nostra proposta promuove allora un cambiamento organizzativo che colga il potenziale giovanile per rinnovare la PA, dando alle giovani generazioni la possibilità di incidere sulla direzione dello sviluppo economico e sociale del Paese. Si fonda su tre pilastri: un cambiamento radicale dei concorsi, per assicurare modalità di selezione non nozionistiche, più snelle ed effettivamente orientate al lavoro che i giovani sono chiamati a svolgere; una profonda trasformazione dell’organizzazione del lavoro, superandone il formalismo, per valorizzare l’autonomia e la responsabilità dei funzionari; un ripensamento delle politiche di contesto (abitative, urbanistiche, di conciliazione,) dalle quali dipende la possibilità per tutte e tutti di lavorare in PA. Tre pilastri che possono restituire alle nuove generazioni il desiderio di “entrare in PA” per concorrere a migliorare la società e innalzare qualità e l’efficacia dei servizi pubblici per una maggiore giustizia sociale e ambientale.

In una rafforzata aspirazione verso la libertà di scegliere autonomamente la propria forma di vita, le nuove generazioni esprimono la domanda di un modello di welfare che si possa adattare ai bisogni e che non dipenda da un supporto famigliare su cui molte persone non possono contare (e che comunque ha costi spesso insostenibili o condizioni complesse). Ma le cose sono andate in direzione opposta. In questi ultimi decenni, la gestione della cura è stata progressivamente privatizzata: asili, residenze per anziani, attività destinate a soggetti non autosufficienti non sono una priorità. E così ci sono oltre 390 mila caregiver tra i 15 e i 24 anni – circa il 7% – mentre il 63% delle dimissioni tra le donne arriva quando nasce un figlio.

Serve un’inversione di tendenza che possiamo definire un welfare “circostante”, ossia un welfare a disposizione nei luoghi in cui si vive e capace di andare incontro alle molte forme dell’abitare e del lavorare. Sulla base di esperienze territoriali significative, proponiamo, in particolare, di trasformare la funzione d’uso di spazi pubblici già esistenti, dotandoli di asili pubblici e di altri servizi, e di modificare l’orario di aperture delle strutture (asili e scuole materne in particolare), sulla base delle esigenze delle comunità territoriali in cui si trovano.

In questo modo si garantirà a tutti, e specialmente alle donne su cui maggiormente è spostato il carico di cura, la libertà di agire e di scegliere i propri percorsi: come e quanto lavorare, come e quanto formarsi, quanto tempo dedicare ad attività altre rispetto a quelle produttive. Questi modelli di cura non devono essere imposti dall’alto, né in generale eterodeterminati, ma nascere dall’ascolto del territorio e delle comunità, progettando quelli più adatti alle esigenze maggioritarie e più ricorrenti nei diversi territori.

A segnare l’entrata nell’età adulta è sempre stata, storicamente, la vita autonoma dalla famiglia di origine. Ma l’Italia è uno dei Paesi europei in cui si vive più a lungo con i genitori: non riescono a essere indipendenti il 72% dei giovani maschi e il 66% delle giovani donne tra 18 e 34 anni (54% e al 44,6%, rispettivamente, la media Ue). Non a caso: sono le modeste occasioni di lavoro, il prezzo esorbitante degli affitti, nonché l’assai esigua offerta di studentati pubblici, a mortificare le aspirazioni delle giovani generazioni. Che non vedono più garantito non solo il diritto all’abitare e quello al lavoro, strettamente interconnessi, ma, prima ancora, lo stesso diritto allo studio e, con loro, la possibilità di rendersi autonomi.

Pesano i divari di genere e di provenienza: le donne sono svantaggiate sul fronte del reddito e della stabilità lavorativa e quindi hanno più difficoltà nell’accesso ai mutui (tanto più se madri single); gli uomini, specie se studenti, sono penalizzati sugli affitti. Chi ha background migratorio, maschio o femmina, subisce in entrambi i casi discriminazioni esplicite.

C’è necessità in Italia di una nuova potente politica abitativa. Ma qui, intanto, avanziamo la proposta di due azioni urgenti: l’introduzione di fondo di garanzia per incentivare la messa a disposizione di abitazioni per le giovani generazioni; un programma strutturale di rafforzamento dell’offerta di studentati pubblici. Si tratta di azioni che, nel restituire giustizia sociale e sostenere la transizione ecologica, sono indispensabili per liberare le potenzialità compresse di una generazione a cui sono tolti diritti e possibilità di autodeterminarsi e di cui l’Italia ha assolutamente bisogno.

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