“Le giovani hanno un grande bisogno di esplorarsi, di conoscersi, di potersi raccontare. Servono spazi adeguati dove possano farlo”. Intervista a Silvia Mastrorillo

Silvia Vaccaro

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, abbiamo dialogato con tre donne, diverse per ruolo e per età, ponendo loro cinque domande per rilanciare nel futuro le importanti battaglie da condurre per contrastare le disuguaglianze di genere. Il pensiero di Silvia Mastrorillo, educatrice a Napoli

Secondo la sua percezione a che punto si trova il nostro paese nel percorso verso la parità di genere?

 

Per provare a rispondere parto da quello che è il mio osservatorio, la mia professione, la città in cui vivo. Sarà uno sguardo filtrato da questi aspetti, quelli di una professionista dell’educazione che ha scelto di lavorare nel terzo settore, nel sud, in campo educativo, a Napoli e nelle varie periferie di questa città. Uno sguardo che dice tanto dei luoghi che attraverso e che abito. Da questo osservatorio, la mia sensazione, da persona che si occupa di cura è che ci sia una disattenzione, da un punto di vista culturale, verso il lavoro di cura, non solo quando questo riguarda le questioni più storiche legate alla cura domestica e dei figli, ma anche quando la cura si fa professione, si sceglie e ci si forma, duramente, in anni universitari e sul campo. C’è un disconoscimento culturale, e questo crea la difficoltà di trovare interlocutori che siano capaci di guardare in modo competente a quella che è la nostra professionalità. Questo ci pone in una situazione di fragilità. Non ho remore nel dirlo. Come se fossimo costantemente in una posizione in cui dobbiamo spiegare e rimarcare le nostre funzioni, anche se poi paradossalmente ci vengono richieste moltissime attenzioni in ambiti diversi dalla scuola alla famiglia, alla salute, al benessere individuale e collettivo. C’è questa discrepanza: rispetto a grandi domande c’è una difficoltà a comprendere quale è il nostro ruolo. In senso più generico, guardando le giovani donne che incontro, sia giovanissime, che frequentano la scuola primaria e secondaria, fino alle giovani mamme, rilevo un grande desiderio di riscatto inteso non tanto in termini sociali, ma come desiderio di poter essere, di poter trovare degli spazi nei quali possano davvero poter riflettere su sé stesse. A fronte di una condizione delle giovani donne che è confinata a copioni prestabiliti, soprattutto nei territori in cui opero, loro hanno un grande bisogno di esplorarsi, di conoscersi, di potersi raccontare. Credo che abbiano bisogno di adeguati spazi per fare questo. C’è una discrepanza tra le necessità e i bisogni delle giovani donne e quelli che sono gli spazi di dialogo e di confronto. Quando la condizione è opprimente e la concezione è distratta, trovare degli spazi appositi in cui poter iniziare nominarsi e raccontarsi, è ciò che può accrescere la consapevolezza. Spesso questi spazi mancano. Da un lato perchè non sono pensati da altri, dall’altro perché si fa fatica a conquistarli e a chiederli, proprio perchè le condizioni attorno sono opprimenti. Se penso alle ragazzine che incontro a scuola questo è maggiormente vero. Spesso sono più i bambini e i ragazzi ad avere dei comportamenti esplosivi che richiedono maggiore attenzione da parte degli adulti di riferimento, e le ragazzine stanno un passo indietro, più in silenzio, accettando lo stato delle cose ma poi facendo fatica a conquistarlo quello spazio. La possibilità di mettere in parola questo potrebbe accrescere tantissimo la consapevolezza. Questo poi lo penso anche in riferimento agli educatori e alle educatrici, che hanno a loro volta bisogno di spazi dove confrontarsi. C’è e ci sarà sempre un’urgenza quotidiana, ma se non ci si ferma a pensare, è difficile creare ciò che non ci è dato o non è prestabilito che ci sia.

 

Povertà e disuguaglianze aumentano e sono destinate ad allargarsi, e con loro aumenta il numero di persone che fa più fatica. Come si dialoga con chi crede che le disuguaglianze di genere siano, nella difficoltà del quadro attuale, da considerare se non irrilevanti quantomeno marginali?

 

Il rischio di retorica è alto quando le persone con cui si parla non hanno contezza dei contesti in cui è maggiormente evidente questo tipo di disuguaglianza. Credo sia molto importante accrescere le occasioni di condivisione della pluralità delle persone e delle esperienze che vivono. Invece andiamo nella direzione di una nazione che divide. Ci sono le scuole dei ricchi e le scuole dei poveri, i quartieri dei ricchi e i quartieri dei poveri, situazioni in cui questa separazione genera una impossibilità di entrare realmente in contatto con i bisogni di cui stiamo parlando. Credo che tutte quelle esperienze che creino dei ponti tra persone che provengono da vissuti e contesti differenti, siano una delle poche strade possibili affinché aumenti la conoscenza e la consapevolezza di questi aspetti. Le disuguaglianze di genere attraversano in modo trasversale tutte le classi sociali, però in alcuni contesti urlano in modo grave. Voglio immaginare che l’interlocutore con cui parlo siano i giovani. Credo sia importante creare molte occasioni di scambio. Ma spesso facciamo fatica, si lavora nelle periferie con le periferie, nei centri con i centri, e invece c’è bisogno di più scambio possibile, affinchè la società interculturale e plurale faccia parte delle esperienze concrete dei ragazzi e non sia una questione di retorica.

 

I movimenti femministi ritengono importante tenere un approccio intersezionale, ovvero capace di considerare le diverse dimensioni di vita delle persone e quindi anche le diverse possibili disuguaglianze che vivono. Come riusciamo a parlare con donne e ragazze che vivono in territori e/o in condizioni difficili?

 

Mi ricollego alla prima risposta. Di fronte a una tendenza contemporanea alla divisione, all’individualismo, all’urgenza, io credo che creare degli spazi controtendenti a questo movimento, e quindi collettivi, di confronto, di parola, sia il presupposto necessario per ricostruire dei legami che devono necessariamente essere di prossimità. Fermarsi a parlare tra persone che hanno anche esperienze diverse, credo che possa essere la strada principale per creare le condizioni di quella intersezionalità a cui faceva riferimento nella domanda, perchè non resti teorica ma possa diventare fisica. Questo credo valga anche nei contesti dei quali mi occupo. Lo stiamo sperimentando nella pratica. Penso all’esperienza del the del pomeriggio che facciamo nel centro interculturale Gomitoli. Veniamo lì, facciamo il the e parliamo con ragazze che vengono da tutte le parti del mondo, con vissuti completamente diversi, e lì si aprono le condizioni di pluralità, ovviamente adeguatamente contenute e guidate dagli adulti che hanno una funzione di supporto. Lì si creano le condizioni per iniziare a riflettere sulla propria condizione, sulla propria consapevolezza e quindi anche sulla possibilità di diventare agenti e attori di cambiamento, anche per proteggersi da alcune forme di violenza che spesso caratterizzano i territori nei quali viviamo. Lo stesso credo valga per le giovani donne. Vengo da esperienze in cui ha una accezione ancora più marcata la difficoltà di conciliare la sfera domestico-familiare alla quale spesso le donne dei contesti periferici sono relegate, già come prospettiva futura quando sono più piccole. Rientrano in questi copioni dai quali è difficile uscire. C’è un auto-rispecchiarsi in esperienze di madri, di nonne, di zie che hanno fatto quel tipo di percorso, in cui loro si riproiettano. Si ritrovano così costrette in questa dimensione domestico-familiare, che però a un certo punto inizia più o meno latentemente a stridere con la propria sfera femminile, anche semplicemente quella del tempo libero. Anche in questo caso i laboratori di sartoria, di corpo e di cura del sé, sono quegli spazi nei quali si possono riconciliare questi due aspetti. Servono dei riti di comunità, in cui tutte queste esperienze, dall’individuale al collettivo nel piccolo gruppo, tornino alla città. Perchè altrimenti il rischio è che ci siamo incontrate tra di noi, ci siamo anche riconosciute, ma poi manca la restituzione verso la città, che invece serve. Ribadisco questo pensiero perchè l’ho visto concretizzarsi e ne riconosco la forza.

 

La gravità della situazione precedentemente richiamata determina una spinta dei movimenti sociali a mettere al centro con forza determinate questioni perchè vengano prese in carico da chi decide. Il femminismo oggi dove trova possibili alleati per le battaglie che ha a cuore?

 

Non lo so. Credo che potenzialmente ci siano tantissimi alleati, perché ci sono tantissime solitudini. Il problema è come intercettarle. Sono tante le persone che nella dimensione collettiva potrebbero trovare una risposta alle domande che continuano a farsi in modo individuale o a delle sofferenze che non diventano neanche delle domande. Oggi ci troviamo in uno stato di allerta rispetto alla salute mentale. E la salute mentale ha a che fare con la capacità di verbalizzare quello che si sente, di comprenderlo, di metterlo in parola trovando vie di uscita. Questa sofferenza c’è ed è un possibile territorio di alleanza. Sarà nostalgico il mio pensiero ma credo che per intercettarle servono tante azioni di prossimità. Io ho incontrato donne con situazioni complessissime, offrendo un caffè fuori scuola per chiacchierare con loro, così come mi capita di trovare tantissime persone che vengono prese dall’urgenza del lavoro quotidiano, e fanno fatica a costruire dei discorsi collettivi. Queste cose non possono essere fatte nei circoletti chiusi elitari. Hanno bisogno di trovare delle modalità per entrare in contatto con quella pluralità di condizioni che il femminismo nella prospettiva intersezionale si pone. Però se ne parliamo in accademia, nei circuiti letterari, nelle scuole elitarie o nei congressi è complicato che questa cosa possa avere un impatto reale. Bisogna trovare delle modalità di creare spazi che siano a bassa soglia, perchè tutti quei potenziali alleati vengano intercettati. Invece sento che c’è una tendenza a creare dei discorsi frammentati, anche fra chi si fa promotore di queste iniziative.

 

Oggi è il 25 novembre. Il movimento femminista ricorda sempre che la violenza contro le donne è un problema strutturale le cui soluzioni sono quindi da ricercare nella costruzione di una società libera da stereotipi e dove la cura sia messa al centro. Immaginiamo di essere alla vigilia del 25 novembre ma del 2023. Cosa spera che da qui a un anno possa essere stato realizzato per prevenire e contrastare la violenza maschile contro le donne?

 

Immagino giovani donne che parlino ad altre giovani donne. Credo che sia molto necessario un forte lavoro tra i giovani di peer education. C’è un grande divario generazionale rispetto ad alcuni temi, e invece penso che ci sono tante giovani donne che hanno una grande consapevolezza e coscienza politica. Mi piacerebbe che entrassero in relazione con le ragazze che non hanno ancora maturato queste prospettive e si creassero degli spazi di discussione tra di loro, perchè credo che questa possa essere la strada più efficace. La prevenzione fatta in questo modo – con lo scambio tra realtà differenti – credo possa avere un impatto molto forte. Quindi che non siano solo gli spot pubblicitari o le conferenze a parlare ma che si creino delle azioni radicate nei territori in cui questi incontri siano reali e avvengano tra giovani. Noi adulti possiamo creare per loro delle possibilità di incontrarsi. In fondo quello che serve non è difficile, ma si fa fatica a farlo. Sappiamo che la violenza di genere e la violenza maschile contro le donne affonda le radici in una più radicata ed endemica violenza strutturale che necessita interventi multilivello che possano abbattere le diseguaglianze sociali economiche e sociali su cui tali violenze si fondano. Quello che propongo riguarda uno di questi livelli, quello della prevenzione primaria sul quale l’educazione può giocare un ruolo cruciale soprattutto per le nuove generazioni.

* Foto scattata durante lo spazio “The con le ragazze” al centro Interculturale Officine Gomitoli
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