I numeri e i luoghi delle disuguaglianze: conclusioni

Abbiamo informazioni sulle disuguaglianze per attuare e valutare politiche. Possiamo e dobbiamo migliorarle.

Il contrasto delle disuguaglianze, in forte crescita in tutti i paesi Occidentali, richiede sistematicità, completezza e tempestività nella misurazione dei fenomeni. In coerenza con il metodo promosso dall’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, ciò è necessario per conoscere i fatti, fissare gli obiettivi dell’azione collettiva e delle politiche e quindi valutarne gli effetti, per poi correggerle. Il seminario “I numeri e i luoghi delle disuguaglianze” ha mostrato che disponiamo già di numeri sufficienti per migliorare il nostro agire. Non ci sono alibi per stare fermi. Nell’azione nascerà la spinta per migliorare ancora quell’informazione, come è necessario che sia. Insomma: “conoscere per deliberare”, ma anche deliberare per conoscere: è il messaggio della giornata. Va fatto con tempestività, perché la crescita delle disuguaglianze è grave e ingiusta, sta erodendo la coesione sociale e minaccia la democrazia.

La ricognizione del Seminario relativa all’Italia ha riguardato, in primo luogo, la disuguaglianza di ricchezza privata, quella che ha conosciuto la massima crescita negli anni recenti e che, assieme a quella relativa alla ricchezza comune, pesa su tutte le altre disuguaglianze. Sono quindi state analizzate le disuguaglianze economiche, sociali e, in relazione alla salute, anche ambientali che distinguono fra loro i territori: le aree rurali o interne da quelle urbane; le periferie dai centri delle città (talora una parte del centro dall’altra).

“Conoscere per deliberare”, ma anche deliberare per conoscere: è il messaggio della giornata. Va fatto con tempestività, perché la crescita delle disuguaglianze è grave e ingiusta, sta erodendo la coesione sociale e minaccia la democrazia.

La disuguaglianza di ricchezza

 

Per quanto riguarda la disuguaglianza di ricchezza privata, una nuova ricerca che utilizza dati fiscali mostra che la quota di ricchezza netta personale detenuta dal percentile più ricco della popolazione adulta (top 1%) è cresciuta in Italia da circa il 16% nel 1995 al oltre il 25% nel 2014. Straordinario appare, a partire dal 2008 (sempre fino al 2014), l’aumento di concentrazione di ricchezza dei 5000 individui più ricchi: da circa il 2% a circa il 10% della ricchezza privata del paese. Una quota doppia, oggi, di quella (circa 5%) posseduta dalla metà più povera della popolazione. Anche in questo caso risalta lo svantaggio delle donne: in media la loro ricchezza è inferiore del 25% a quella degli uomini.

 

La concentrazione della ricchezza privata ha sempre molteplici cause: alcune connesse a capacità imprenditoriali o propensioni al risparmio, quando esse sono davvero libere di manifestarsi (non dimentichiamo questo “dettaglio”); altre connesse al contesto famigliare e territoriale di nascita, che pesa sulla ricchezza stessa, sul potere e sulle conoscenze. In questa seconda categoria, domina la persistenza delle condizioni di partenza, non giustificabile da argomentazioni relative alla produttività o all’utilità sociale. Svolgono qui un ruolo assai rilevante le eredità ricevute in vita: il fatto di riceverne o no (il 60% circa della popolazione non ne riceve affatto) e la loro entità. Uno studio presentato mostra che chi eredita ha una probabilità assai superiore agli altri di appartenere alle fasce massime di ricchezza. Questa persistenza nella distribuzione della ricchezza, indipendente dalle “tue” capacità e dal “tuo” impegno, fa sì che circa la metà della distanza di ricchezza fra due persone permarrà fra i loro figli, indipendentemente, si intende, dalle loro capacità. E fa sì che al vertice della scala della ricchezza si stia rafforzando un gruppo chiuso di famiglie, con una chiara deriva oligarchica simile a quella del capitalismo di inizio ‘900, o “capitalismo patrimoniale”, come lo definisce Piketty.

 

Disponiamo quindi di molti elementi per avviare nuove politiche, che riducano quella persistenza e accrescano la mobilità intergenerazionale dei redditi, oggi assai bassa in Italia. Risulta inoltre evidente che le misure della disuguaglianza di ricchezza privata sono molto influenzate dai dati utilizzati: è quindi fondamentale arricchire le fonti, integrando i dati già raccolti con le indagini campionarie. Una cosa però è certa ed è stata sottolineata nell’incontro, anticipando una stima che sarà pubblicata nel prossimo numero del Menabò di Etica ed Economia: la cosiddetta semplificazione e riduzione delle aliquote fiscali per le persone oggi prefigurata accrescerà le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, beneficiando circa 2 milioni di famiglie più ricche.

La cosiddetta semplificazione e riduzione delle aliquote fiscali per le persone oggi prefigurata accrescerà le disuguaglianze nella distribuzione del reddito, beneficiando circa 2 milioni di famiglie più ricche.

La disuguaglianza tra aree interne e aree urbane

 

Per le disuguaglianze territoriali fra aree interne e resto del paese, è stata presentata la base sistematica di informazioni costruita dalla Strategia nazionale aree interne che mira all’arresto del declino demografico attraverso una scossa alla fiducia e alla capacità innovativa delle comunità e alla capacità tecnica di Comuni alleati fra loro in “sistemi permanenti”. La stessa definizione di aree interne è centrata sul tema delle disuguaglianze: anziché la tradizionale definizione di “aree rurali”, fondata su densità e concentrazione della popolazione, si è adottato un criterio di distanza nell’accesso ai servizi essenziali; e la scelta delle 72 aree-progetto oggetto di intervento (1/5 del territorio nazionale, circa 2 milioni di residenti) è avvenuta sulla base di un confronto pubblico che ha utilizzato dati quantitativi e qualitativi. E’ un caso in cui la scelta di lanciare una politica ha indotto a costruire dati: prima per definire le stesse aree, poi per misurare, area-progetto per area-progetto, la qualità dei servizi essenziali attraverso appropriati indicatori. E così, ad esempio:

 

  • per l’istruzione, si è misurato un sistematico divario negativo delle aree interne per molteplici indicatori, specie nel caso delle 72 aree-progetto selezionate dalla strategia, dove si concentra la caduta demografica: più elevata frammentazione delle classi (la percentuale di classi della scuola primaria con un numero di alunni fino a 15 è pari al 50% contro 19% nella media italiana), con effetti negativi sulla socializzazione e sull’identità degli studenti; maggiore tasso di mobilità dei docenti e minore quota di docenti a tempo indeterminato; minore quota di classi a tempo pieno nella primaria (25 contro 33%).

 

  • Simile divario negativo riguarda la salute: maggiori tempi tra la chiamata di emergenza e l’arrivo sul posto del mezzo di soccorso (26 minuti contro 16), che segnala la necessità di ridurlo e/o di adeguare la natura del servizio a tempi dati; maggiore tasso di ospedalizzazione evitabile, segno di un inadeguato presidio territoriale.

 

Questi divari non appaiono inevitabili. Sono piuttosto il frutto di politiche errate o inadeguate. Sono di nuovo i dati a dircelo: le aree che si trovano alla stessa distanza media dai poli di servizi mostrano risultati assai difformi fra loro; ossia, per date condizioni naturali, è possibile organizzare i servizi in modo da ridurre o annullare le disuguaglianze. La Strategia aree interne si prefigge di diffondere e migliorare queste pratiche. Nel farlo, in ogni area-progetto, si è andati oltre gli indicatori con cui si era partiti – one size does not fit all – cercando di rappresentare in modo misurabile i risultati desiderati effettivamente scelti dalla comunità: ad esempio, nell’unificare plessi scolastici dispersi, la comunità non mira a ridurre le pluriclassi (spesso efficaci), ma ad accrescere le opportunità di relazioni sociali e la qualità di insegnamento dei propri figli. E’ ora fondamentale che le autorità regionali e nazionali responsabili per le politiche di servizio pieghino effettivamente le loro strategie – si pensi, per la salute, al contrasto delle cronicità – alle specifiche esigenze e agli obiettivi emersi dal percorso di programmazione locale. Assicurino continuità, tempestività e ampliamento – anche attraverso rilevazioni a livello locale – dei dati necessari per monitorare gli effettivi progressi verso i risultati desiderati. E quindi costruiscano una robusta e trasparente valutazione dell’effetto delle azioni pubbliche che alimenti coesione, partecipazione e crescita dei cittadini delle aree-progetto.

Questi divari territoriali, tra aree urbane e aree interne, non appaiono inevitabili. Sono piuttosto il frutto di politiche errate o inadeguate.

La disuguaglianza intra-urbana

 

Diverso è il quadro informativo disponibile per le disuguaglianze infra-urbane. Pesa qui l’assenza di una piattaforma nazionale di politica urbana, già auspicata dall’ASviS. Tale piattaforma potrebbe dare sistematicità a una notevole mole informativa prodotta da singole città e per singoli settori e a cui hanno dato un contributo significativo l’Istat con il Rapporto su “Sicurezza e Stato di Degrado delle città e delle loro periferie” e il Nucleo di Valutazione del Dipartimento per le Politiche di Coesione con la costruzione di una serie di “Poverty maps”.

In particolare, il rapporto ISTAT ha ricostruito una mappa del disagio nei capoluoghi di 14 cosiddette città metropolitane: l’esemplificazione illustrata per Roma mostra come anche all’interno di un dato quartiere l’analisi granulare possa identificare disomogeneità su cui intervenire. Sempre sulle città metropolitane si sono concentrate le poverty map, al fine di individuare sub-aree o quartieri in cui si concentra il disagio socio-economico, per classificarle e descriverne le principali caratteristiche. Ne risultano 425 quartieri “disagiati”, con il 30,6% della popolazione delle città metropolitane. Le aree in condizione di disagio socio-economico, ma a bassa densità̀ abitativa presentano un peso relativo sul totale della popolazione di appena il 9,2 %. Le mappe così ricostruite possono diventare l’input di una nuova stagione di politiche per contrastare le disuguaglianze infra-urbane, che attivi tutte le politiche settoriali che su di esse impattano.

Specifici approfondimenti sono disponibili per alcune città italiane, dove i Comuni hanno realizzato investimenti di rilievo nei sistemi informativi. Il Comune di Bologna ha utilizzato indicatori demografici, sociali ed economici per costruire una mappatura fina delle fragilità della città, aggiornabile ogni anno, che consenta di disegnare politiche amministrative mirate. La mappatura mostra lo spostamento della fragilità demografica dal centro alle periferie e utilizza indicatori del ricambio migratorio – assai elevato a Bologna (15mila nuovi residenti ogni anno, di cui 9mila italiani) – della quota di anziani soli e altri ancora per mostrare la diffusione, anche nelle aree centrali, della fragilità sociale.

Questi divari territoriali, tra aree urbane e aree interne, non appaiono inevitabili. Sono piuttosto il frutto di politiche errate o inadeguate.

In un altro caso, quello di Torino, è stato ricostruito un sistema informativo che descrive l’evoluzione negli ultimi 40 anni delle disuguaglianze di salute e delle loro determinanti, anche ambientali, attento a distinguere i fattori legati al “chi sei” (accesso alle cure, vulnerabilità sanitaria e sociale, esposizione ambientale, etc.) da quelli legati al “dove stai” (sicurezza, servizi e accesso al verde, esposizione alle polveri sottili, segregazione, etc). Questa ricca base informativa, che mostra la persistenza di forti divari nella qualità della salute e nella speranza di vita fra le periferie e il centro della città, è diventata l’input di una comunità di pratica, fatta di amministratori e organizzazioni di cittadinanza, con l’obiettivo di costruire politiche integrate e consapevoli per la riduzione di quei divari. A esito di un confronto informato, nel quale era trasparente che la gerarchia delle cose da fare dipendeva dalla “dimensione di salute” prescelta, l’Assessorato alle politiche sociali, l’autorità’ sanitaria e l’agenzia territoriale della casa hanno avviato un progetto di welfare di comunità nella zona di Vallette, una delle aree più svantaggiate della città.

 

Questi esempi suggeriscono che una strategia urbana per lo sviluppo potrebbe dare sistematicità alla misurazione dei fenomeni e utilizzare gli indicatori disponibili per costruire politiche integrate e per orientarle ai risultati.

I NUMERI E I LUOGHI DELLE DISUGUAGLIANZE

 

22 MAGGIO 2018, ore 9.30 – 17.30

 

Istituto Luigi Sturzo – Sala Perin del Vaga – via delle Coppelle 35, Roma

 

APERTURA LAVORI: 9.30 – 10.30

 

Flavia Terribile (Comitato OCSE Politiche di Sviluppo Regionale e Forum Disuguaglianze Diversità) Enrico Giovannini (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – ASviS), intervento in collegamento durante la giornata

 

Relazione introduttiva: Andrea Brandolini (Forum Disuguaglianze Diversità)

 

RICCHI SEMPRE PIÙ RICCHI, POVERI SEMPRE PIÙ POVERI: LE DISUGUAGLIANZE DI RICCHEZZA IN ITALIA: 10.30 – 12.00 – Modera: Elena Granaglia (Università di Roma Tre e Forum Disuguaglianze Diversità)

 

Relatori:

Salvatore Morelli (Stone Center on Socio-Economic Inequality e CUNY); Maurizio Franzini [INTERVISTA VIDEO] (Università La Sapienza di Roma); Giovanni D’Alessio (Forum Disuguaglianze Diversità)

Discussant:

Tullio Jappelli (Università di Napoli Federico II), Marco De Ponte [INTERVISTA VIDEO] (ActionAid Italia)

 

Dibattito con il pubblico

 

SERVIZI ESSENZIALI: DATI E POLITICHE SULLE DISUGUAGLIANZE NELLE AREE INTERNE: 12.00-13.30 – Modera: Flavia Terribile (Forum Disuguaglianze Diversità)

 

Relatori:

 

Sabrina Lucatelli (Comitato Tecnico Aree Interne, Presidenza del Consiglio dei Ministri); Andrea Faccini (Comitato Tecnico Aree Interne); Oriana Cuccu (Nucleo di valutazione e analisi per la programmazione, Dipartimento per le Politiche di Coesione, Presidenza del Consiglio dei Ministri)

 

Discussant:

 

Daniele Checchi (Università degli Studi di Milano); Francesca Moccia (Cittadinanzattiva)

 

Dibattito con il pubblico

 

UNO SGUARDO ALLE CITTÀ: DINAMICHE IN ATTO TRA CENTRI E PERIFERIE: 15.00 – 17.00 – Modera: Patrizia Luongo (Forum Disuguaglianze Diversità)

 

Relatori:

 

Gianluigi Bovini (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile – ASviS) – (Aggiornamento della pubblicazione “Periferie a Bologna, vulnerabilità e opportunità. Una proposta di misurazione per le città italiane” elaborata dall’Area Programmazione Controlli e Statistica del Comune di Bologna)

Giuseppe Costa (Università degli Studi di Torino) – (Gruppo di lavoro: Roberto Dimonaco, Nicolas Zengarini, Morena Stroscia, Silvia Pilutti, Annalisa Magone)

Paola Casavola (Nucleo di valutazione e analisi per la programmazione, Dipartimento per le Politiche di Coesione, Presidenza del Consiglio dei Ministri) – (Poverty Maps – Analisi territoriale del disagio socio-economico nelle aree urbane: esercizio per le 14 Città metropolitane italiane – luglio 2017, Antonio Andreoli, Marco Biagetti, Paola Casavola, Daniela Venanzi; Appendice “Cartografia stilizzata classi di disagio”).

Fabio Lipizzi (ISTAT) – (Da un lavoro Fabio Lipizzi, Luisa Franconi e Marianna Mantuano)

 

Discussant:

 

Daniela De Leo (Urban.it e Università La Sapienza di Roma) Vittorio Cogliati Dezza (Legambiente)

 

Dibattito con il pubblico

 

CONCLUSIONI DELLA GIORNATA: 17.00 – 17.30 Fabrizio Barca (Fondazione Basso e Forum Disuguaglianze Diversità)

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